Phonopolis
C’è stato un tempo in cui Orwell ci sembrava lontano lontano, poi ci siamo cascati dentro nella sua melma putrida e poi abbiamo rilanciato, e poi ancora, sempre di più, fino alla parodia e poi ancora oltre. Qual è il limite?
Phonopolis è un punta e clicca, più o meno, ma con poche e chiare interazioni a schermo che servono ad evitare viaggi a vuoto e tempi morti. Poi è quasi tutta sperimentazione, bottoni a caso fino ad arrivare alla soluzione, ma ci son riusciti a farmi sentire intelligente, a farmi credere di aver guidato le operazioni, non ha senso indagare oltre se mi hai reso felice.
Straordinario artisticamente e graziato da una colonna sonora memorabile, Phonopolis è più dei suoi puzzle semplici e carini, però, è una storia ben raccontata che ti porta a riflettere sui nostri giorni, su quanto abbiamo delegato agli algoritmi e alle loro bolle, su come il lavoro sia la nostra unica merce di scambio umana. Ma ognuno vedrà quello che vuole vederci, è questo il bello delle grandi opere.
Bastano poco più di tre ore a Phonopolis per dimostrare che i videogiochi possono parlare anche oltre l’adolescenza. Ci riesce rimanendo anche molto ludico, giocoso e divertente, ci vuole tutta la bravura del mondo per riuscirci.
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